CENTRO DI PSICOTERAPIA COGNITIVA INTEGRATA

Disturbi d’ansia

DISTURBO DA ATTACCHI DI PANICO

Che cos’è il disturbo di panico e come si manifesta?

Il disturbo di panico è un disturbo d’ansia ed è caratterizzato da attacchi di panico frequenti ed inaspettati.
L’attacco di panico è un periodo preciso di intensa paura o disagio che raggiunge un picco in pochi minuti, durante i quali si verificano alcuni sintomi:

  • Palpitazioni, percezione accentuata del proprio battito cardiaco o tachicardia;
  • Sudorazione accentuata;
  • Tremori o agitazione;
  • Sensazione di mancanza d’aria o di soffocamento;
  • Dolore o fastidio al petto;
  • Nausea o disturbi addominali;
  • Sensazione di sbandamento, di instabilità, sensazione di “testa leggera” o di svenimento (es. debolezza alle gambe, vertigini, visione annebbiata), confusione mentale;
  • Brividi o vampate di calore;
  • Sensazioni di intorpidimento o di formicolio;
  • Sensazione di irrealtà o sensazione di essere staccati da se stessi;
  • Paura di perdere il controllo o di impazzire;
  • Paura di morire.

In genere, chi ha avuto esperienza di uno o più attacchi di panico tende di conseguenza  a sviluppare la paura e la preoccupazione che l’attacco di panico possa verificarsi nuovamente e può iniziare ad evitare tutte una serie di situazioni che vengono considerate come “a rischio di attacco di panico” e mettere in atto dei comportamenti finalizzati a proteggersi dall’attacco di panico.

Gli evitamenti e i comportamenti protettivi più diffusi risultano sono:

  • evitare i luoghi in cui gli attacchi di panico si sono già verificati;
  • evitare luoghi dove risulta difficile svincolarsi o uscire non frequentare luoghi chiusi (es. cinema);
  • non allontanarsi da zone considerate sicure (es. casa);
  • non compiere sforzi fisici;
  • portare con sé farmaci per l’ansia;
  • muoversi solo in zone in cui sono presenti strutture mediche;
  • allontanarsi da casa solo se accompagnati da persone di fiducia;
  • tenere sempre sotto controllo le uscite di sicurezza.

Tali “evitamenti” e comportamenti protettivi se estesi a diversi ambiti e situazioni della vita quotidiana, risultano molto invalidanti e costrittivi per la persona che li vive, tanto da compromettere la qualità della vita: non utilizzare automobile, autobus, metropolitana, treno o aereo;

Il trattamento del Disturbo di Panico

I trattamenti per la cura del disturbo di panico attualmente ritenuti dalla comunità scientifica come più efficaci sono la psicoterapia e la terapia farmacologica se risulta necessaria.

Quest’ultima è caratterizzata da categorie di farmaci detti benzodiazepine ed antidepressivi di nuova generazione.
In genere il solo trattamento farmacologico non risulta efficace, in quanto all’interruzione della farmacoterapia, la sintomatologia si ripresenta.

I farmaci, infatti, in tempi relativamente brevi riducono l’intensità dei sintomi che caratterizzano il disturbo, ma non risolvono le “cause” alla base del disturbo; in sostanza sarebbe come curare un forte mal di schiena facendo uso esclusivo di antidolorifici: è probabile che, dopo qualche tempo, il dolore si ripresenti, se non si agisce anche su ciò che lo ha provocato.

In effetti i farmaci, nel caso del Disturbo di Panico, abbassando i livelli di sofferenza soggettiva e d’ansia, vengono utilizzati in una fase iniziale del trattamento  in quanto creano le condizioni favorevoli per un intervento psicoterapeutico efficace (per intendersi, se una persona risulta molto agitata sarà difficile che possa avere la concentrazione e la “lucidità”  sufficienti che gli permettano di “apprendere” o seguire una seduta di psicoterapia).

Per tali motivi spesso si consiglia al paziente di seguire sia un trattamento farmacologico, che uno psicoterapeutico.

In realtà, la terapia farmacologica non sempre viene prescritta, ma si rende necessaria almeno temporaneamente, per le persone che hanno un’attivazione ansiosa molto intensa.

Una condizione che spesso si crea come ostacolo all’assunzione dei farmaci di tale tipo è la “paura”, a volte convinzione, di sviluppare una dipendenza da tali farmaci; spesso questo è un pregiudizio che ostacola l’efficacia del trattamento.

Effettivamente alcuni farmaci (es. benzodiazepine) nel lungo tempo possono provocare dipendenza, tuttavia l’assunzione del farmaco sotto il controllo di un medico esperto (medico psichiatra) evita tale condizione.

Ad ogni modo la farmaco terapia è considerata nei casi di Disturbo di Panico come “temporanea”, in quanto ciò che risulta effettivamente efficace è il trattamento psicoterapico. Altra condizione da tener presente è che spesso tali farmaci hanno anche degli effetti collaterali sgradevoli per la persona, ma comunque transitori.

Come attestato da diversi studi empirici, attualmente la psicoterapia più efficace per il Disturbo di Panico è quella Cognitivo Comportamentale, applicata individualmente o in gruppo.

Il trattamento cognitivo-comportamentale

La terapia cognitivo-comportamentale per il disturbo di panico si basa sul presupposto che, durante un attacco di panico, la persona tende ad interpretare alcuni stimoli esterni (es. code nel traffico, luoghi chiusi, luoghi aperti) o interni (es. tachicardia, sensazione di svenimento, confusione mentale) come pericolosi, come il segnale di un’imminente catastrofe; tali interpretazioni, spaventando la persona, scatenano l’ansia, con i relativi sintomi mentali e fisici.

Se i sintomi dell’ansia vengono poi, a loro volta, interpretati in modo catastrofico, ossia se si prospettano conseguenze disastrose, il livello d’ansia cresce ulteriormente, intrappolando il soggetto in un circolo vizioso che culmina in un attacco di panico.

Ciò porterà la persona a mettere quindi in atto comportamenti di “evitamento” e comportamenti “protettivi” che rappresentano dei tentativi per gestire in qualche modo il disturbo stesso.

Il trattamento cognitivo-comportamentale prevede un protocollo che implica una seduta settimanale di circa 60 minuti e che segue le seguenti fasi:

  • formulazione di un contratto terapeutico, che contenga, in particolare obiettivi terapeutici condivisi da paziente e terapeuta e i loro rispettivi compiti (es. compiti a casa per il paziente);
  • psicoeducazione al disturbo, che consiste nel fornire al paziente informazioni su come funziona il disturbo, in particolare sulle modalità di insorgenza e come si manifesta, quindi il mantenimento dello stesso, tecniche di gestione dell’ansia;
  • ricostruire l’evento e la manifestazione iniziale e attuale del disturbo;
  • insegnamento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia;
  • individuazione delle interpretazioni erronee (es. pensieri catastrofici) che portano all’attacco di panico e messa in discussione di tali interpretazioni;
  • esposizione graduale alle sensazioni e agli stimoli temuti ed evitati (le esposizioni prevedono inizialmente la presenza di un terapeuta se necessario, per poi far esporre gradualmente la persona anche da sola);
  • prevenzione delle ricadute.

DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATO

Che cos’è il Disturbo d’Ansia Generalizzato e come si manifesta?

La caratteristica principale del disturbo d’ansia generalizzato è uno stato continuo e persistente di preoccupazione per diversi eventi, che risulta eccessivo in intensità, durata o frequenza rispetto alle reali circostanze, che invece rappresentano eventi temuti dal soggetto.

L’ansia viene definita “Generalizzata” poiché non è circoscritta a determinate situazioni, ma, al contrario, riguarda numerosi eventi e situazioni. Tale stato non essendo  associato a specifiche circostanze, è difficile da controllare per chi lo sperimenta ed è presente nel soggetto per la maggior parte del tempo per almeno sei mesi.

Le preoccupazioni eccessive sono accompagnate da almeno tre dei seguenti sintomi:

  • Restlessness (cioè sindrome delle gambe senza riposo/ irrequietezza);
  • facile faticabilità;
  • difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria;
  • irritabilità;
  • tensione muscolare, muscoli tesi a volte doloranti;
  • sonno disturbato (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, si sveglia poco riposato).

Le preoccupazioni del Disturbo d’Ansia Generalizzato hanno specifiche caratteristiche: per esempio sono numerose, si succedono rapidamente (al termine di una ce n’è subito un’altra), sono accompagnate da emozioni di allarme, di inquietudine e ansia, riguardano eventi catastrofici futuri con una bassa probabilità reale che accadano, riducono la capacità di pensare lucidamente, sono molto difficili da controllare.

Molte preoccupazioni riguardano eventi e situazioni di tutti i giorni, ad esempio la persona passa molto tempo a preoccuparsi di possibili disgrazie, fallimenti o giudizi negativi, possono riguardare i familiari, le relazioni sociali, il lavoro o lo studio, le malattie, i soldi e le finanze in generale.

Le tematiche più comuni tra le persone affette dal disturbo risultano essere problemi che possono presentarsi nel futuro, perfezionismo e paura di insuccesso, paura di essere giudicato negativamente dagli altri

Inoltre le persone che soffrono di Disturbo d’Ansia Generalizzata sono preoccupate per il fatto stesso di avere delle preoccupazioni, che si esplicitano in pensieri del tipo “…. Non riuscirò a controllare questa preoccupazione; … non smetterò mai di preoccuparmi; … Starò male o impazzirò se continuerò a preoccuparmi così”.

Le preoccupazioni o l’ansia sulle proprie preoccupazioni danno quindi luogo ad un circolo vizioso che continua ad aggravare i sintomi e le difficoltà di vita  quotidiane, andando ad incidere e influenzare inevitabilmente lo stato d’animo e l’umore della persona affetta da tale disturbo.

Nella maggior parte dei casi, la persona affetta dal disturbo tenterà quanto possibile di proteggersi dall’ansia e dalle preoccupazioni, per cui tenderà a mettere in atto una serie di comportamenti che, nel breve termine, effettivamente aiutano ad attenuare l’ansia, ma, nel lungo tempo, possono contribuire a mantenere e rafforzare le proprie paure. Esempi di tali comportamenti sono:

  • cercare di rassicurarsi o chiedere agli altri di essere rassicurato che le cose andranno bene (es. telefonare spesso ad una persona cara per essere sicuri che non le sia successo niente, o andare dal medico per essere rassicurati dopo aver notato un sintomo o una sensazione fisica; tali rassicurazioni suscitano sollievo, ma dura poco in quanto l’ansia dopo un po’ ritorna e si fa sentire il bisogno di essere rassicurati sempre di più);
  • essere perfezionisti, ad esempio continuare a controllare il lavoro fatto per assicurarsi che non abbia difetti: ciò vuol dire che se abbiamo obiettivi troppo elevati, si vive nell’ansia di non farcela e quando non li si raggiunge ci si demoralizza;
  • evitare le situazioni che si ritiene generino ansia, per esempio evitare di ascoltare o vedere il telegiornale per non sapere di disgrazi o malattie, in quanto ciò potrebbe poi scatenare le preoccupazioni relative a disgrazie e malattie personali;
  • rinviare, per esempio rimandare di iniziare un compito a causa dell’ansia legata al timore di un risultato temuto o comunque insoddisfacente;
  • tentare attivamente di sopprimere la preoccupazione, paradossalmente, tentare di sopprimere le preoccupazioni le peggiora, proprio perché la persona concentra la propria attenzione su di esse.

Il trattamento del disturbo d’ansia generalizzato

I trattamenti riconosciuti come più efficaci per la cura del Disturbo d’Ansia Generalizzato sono la farmacoterapia e la psicoterapia.
 Nella terapia farmacologica vengono utilizzati antidepressivi di nuova generazione e benzodiazepine.

A breve termine questi farmaci risultano efficaci, ma all’interruzione della loro assunzione, è possibile che i sintomi del disturbo si ripresentino in quanto le sue cause possono restare inalterate.

Curare questo disturbo coi soli farmaci potrebbe essere come curare un forte mal di schiena facendo uso esclusivo di antidolorifici: dopo qualche tempo è possibile che il dolore si ripresenti poiché non si è agito su ciò che lo ha provocato.

D’altra parte i farmaci, abbassando i livelli di sofferenza soggettiva e di ansia, creano le condizioni favorevoli per un intervento psicoterapeutico efficace.

Per tali motivi, spesso i clinici associano al trattamento farmacologico quello psicoterapeutico.
 In realtà, la terapia farmacologica non sempre viene prescritta, ma si rende necessaria almeno temporaneamente, per le persone che hanno un’attivazione ansiosa molto intensa.

Una condizione che spesso si crea come ostacolo all’assunzione dei farmaci di tale tipo è la “paura”, a volte convinzione, di sviluppare una dipendenza da tali farmaci; spesso questo è un pregiudizio che ostacola l’efficacia  al trattamento.

Effettivamente alcuni farmaci (es. benzodiazepine) nel lungo tempo possono provocare dipendenza, tuttavia l’assunzione del farmaco sotto il controllo di un medico esperto (medico psichiatra) evita e diminuisce il rischio di tale condizione.

Riguardo alla psicoterapia, da alcuni studi empirici risulta che nella cura del Disturbo d’Ansia Generalizzato il trattamento cognitivo-comportamentale, effettuato sia individualmente che in gruppo, è più efficace di altri trattamenti.

Il trattamento cognitivo-comportamentale

Secondo la teoria cognitivo-comportamentale, le preoccupazioni e le rimuginazioni possono essere normali o patologiche a seconda non dei loro contenuti, ma della loro frequenza e di come vengono valutate dalla persona, quindi da quanto spesso ci vengono alla mente e come le interpretiamo.

Il disturbo d’ansia generalizzato deriverebbe da particolari valutazioni sia positive che negative delle proprie preoccupazioni e rimuginazioni.

Nel trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo d’ansia generalizzato viene utilizzato un protocollo che prevede l’impiego delle seguenti procedure:

  • formulazione di un contratto terapeutico, che contenga, in particolare, obiettivi condivisi da paziente e terapeuta e i loro rispettivi compiti (es. compiti a casa per il paziente);
  • ricostruzione della storia del disturbo (primi episodi in cui si è manifestato e descrizione dettagliata della condizione attuale);
  • formulazione dello schema di funzionamento del disturbo, a partire dall’analisi di recenti episodi nei quali la persona si è sentita preoccupata e ansiosa;
  • psicoeducazione, che consiste nel fornire al paziente informazioni relative al ruolo che hanno le credenze sulle preoccupazioni nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo;
  • individuazione dei pensieri disfunzionali (es. giudizi sulle preoccupazioni) alla base del disturbo e messa indiscussione di tali valutazioni;
  • apprendimento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia;
  • esposizione graduale ai pensieri ed agli stimoli temuti ed evitati;
  • prevenzione delle ricadute, che consiste nell’accettazione da parte del paziente della possibilità che i sintomi potrebbero ripresentarsi e nel rinnovato ricorso agli strumenti acquisiti in terapia per fronteggiare il momento di crisi.

FOBIA SOCIALE

Che cos’è la fobia sociale e come si manifesta?

La fobia sociale o Disturbo d’Ansia Sociale è un disturbo d’ansia, in cui la paura caratteristica consiste nel credere di essere osservati e giudicati negativamente in situazioni sociali o durante lo svolgimento di un’attività in pubblico.

Ciò che principalmente si teme è il giudizio negativo degli altri. In genere, le persone affette da questo disturbo temono, in situazioni sociali e comunque non familiari, di poter dire o fare cose imbarazzanti e di esser giudicati ansiosi, impacciati, stupidi, incompetenti, strani, goffi, deboli o “pazzi”.

Questi timori possono essere presenti solo in alcune situazioni sociali (fobia sociale specifica) o nella maggioranza di esse (fobia sociale generalizzata). La persona che soffre di fobia sociale affronta tali situazioni con estremo disagio e ansia, per cui, spesso, per non provare tali sgradevoli sensazioni, eviterà le situazioni sociali temute, con l’idea che starà bene evitando di esporsi a esse. In alcuni casi gli evitamenti possono portare all’isolamento sociale della persona.

Altra condizione che solitamente è associata ai comportamenti di “evitamento” è rappresentata dai cosiddetti comportamenti “protettivi”. Si tratta delle “misure di sicurezza” che la persona prende per evitare che occorra l’ansia o di essere giudicati male dagli altri.

Per esempio, se la persona è a una riunione di lavoro e prova vergogna perché se toglie la giacca si noterà che è sudato, in tal caso terrà la giacca addosso e tale comportamento protettivo, paradossalmente, non farà altro che aumentare la sudorazione e quindi, di conseguenza, l’imbarazzo, creando un circolo vizioso.

La paura di essere giudicati negativamente può essere, talvolta, così forte da essere accompagnata da evidenti sintomi d’ansia: palpitazioni, tremori alle mani o alle gambe, sudorazione, malessere gastrointestinale, diarrea, tensione muscolare, confusione.

Nei casi più gravi il timore del giudizio negativo può provocare veri e propri attacchi di panico. Ai sintomi ansiosi spesso si associano anche le reazioni tipiche della vergogna: rossore in viso, postura dimessa, desiderio di sfuggire allo sguardo degli altri o di “sprofondare”.

Di seguito vengono elencati i sintomi specifici della fobia sociale o Disturbo d’Ansia Sociale che definiscono il disturbo (DSM 5, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione):

  • Marcata paura o ansia rispetto a una o più situazioni sociali in cui l’individuo è 
esposto al possibile giudizio degli altri;
  • L’individuo teme di mostrare i sintomi di ansia e che verranno valutati negativamente (umiliazione, imbarazzo);
  • Le situazioni sociali provocano quasi sempre paura o ansia;
  • Le situazioni sociali vengono evitate o sopportate con intensa paura o ansia;
  • La paura o ansia è sproporzionata alla minaccia reale rappresentata dalla situazione sociale e al contesto socio-culturale;
  • La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti del funzionamento.

Trattamento della fobia sociale

Negli ultimi anni sono state effettuate diverse ricerche sull’efficacia delle psicoterapie per il trattamento della fobia sociale.

Dagli studi emerge che le terapie che risultano efficaci per la cura di questo disturbo sono la terapia comportamentale, i gruppi di Social Skill Training e la terapia cognitivo-comportamentale.

La terapia comportamentale è un trattamento incentrato sulla tecnica dell’esposizione graduale, che consiste nell’esporre gradatamente il paziente alla situazione temuta affinché possa ridurre l’ansia sociale ed acquisire un senso di efficacia nella gestione delle situazioni sociali.

Il social skill training (link gruppo per fobici), o training per le abilità sociali, è un trattamento di gruppo finalizzato allo sviluppo o all’incremento delle competenze sociali (es. capacità di risoluzione dei conflitti) e all’acquisizione di modalità personali per affrontare le situazioni interpersonali temute.

In un ambiente “protetto”, il paziente può riuscire a modificare la rappresentazione di sé sperimentando rapporti sociali con gli altri membri del gruppo e utilizzando i feed-back sul proprio comportamento.

Chi soffre di fobia sociale può giovarsi anche di un trattamento farmacologico a base di antidepressivi di nuova generazione e benzodiazepine.

La farmacoterapia è spesso usata per creare le condizioni favorevoli per un intervento psicoterapeutico più efficace. Per tale motivo spesso il clinico propone al paziente un intervento in cui il trattamento farmacologico e quello psicoterapeutico vengono associati.

In genere il solo trattamento farmacologico non risulta efficace, in quanto all’interruzione della farmacoterapia, la sintomatologia si ripresenta.

I farmaci, infatti, in tempi relativamente brevi riducono l’intensità dei sintomi che caratterizzano il disturbo, ma non risolvono le “cause” alla base del disturbo; in sostanza sarebbe come curare un forte mal di schiena facendo uso esclusivo di antidolorifici: è probabile che, dopo qualche tempo, il dolore si ripresenti se non si agisce anche su ciò che lo ha provocato.

In effetti, i farmaci, nel caso della Fobia Sociale, abbassando i livelli di sofferenza soggettiva e d’ansia, vengono utilizzati in una fase iniziale del trattamento in quanto creano le condizioni favorevoli per un intervento psicoterapeutico efficace (per intendersi, se una persona risulta molto agitata sarà difficile che possa avere la concentrazione e la “lucidità” sufficienti che gli permettano di “apprendere” o seguire una seduta di psicoterapia).

Per tali motivi spesso si consiglia al paziente di seguire sia un trattamento farmacologico (limitato nel tempo il più possibile), sia uno psicoterapeutico.

In realtà, la terapia farmacologica non sempre viene prescritta, ma si rende necessaria almeno temporaneamente, per le persone che hanno un’attivazione ansiosa molto intensa.

Una condizione che spesso si crea come ostacolo all’assunzione dei farmaci di tale tipo è la “paura”, a volte convinzione, di sviluppare una dipendenza da tali farmaci; spesso questo è un pregiudizio che ostacola l’efficacia al trattamento.

Effettivamente alcuni farmaci (es. benzodiazepine) nel lungo tempo possono provocare dipendenza, tuttavia l’assunzione del farmaco sotto il controllo di un medico esperto (medico psichiatra) evita e diminuisce il rischio di tale condizione.

Il trattamento cognitivo-comportamentale

La ricerca scientifica sostiene che la terapia cognitivo-comportamentale è uno dei trattamenti più efficaci per la cura della fobia sociale. Il protocollo cognitivo-comportamentale per la cura di questo disturbo prevede l’impiego delle seguenti procedure:

  • formulazione di un contratto terapeutico, che contenga obiettivi condivisi da paziente e terapeuta e i loro rispettivi compiti (es. compiti a casa per il paziente);
  • ricostruzione della storia del disturbo, partendo dal primo episodio in cui si è manifestato, fino alla dettagliata descrizione della manifestazione attuale;
  • formulazione dello schema di funzionamento del disturbo, a partire dall’analisi di episodi recenti durante i quali la persona ha provato ansia sociale;
  • interventi di tipo psicoeducazionale, con cui vengono fornite informazioni sulla natura dell’ansia e della vergogna e sul loro ruolo nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo;
  • individuazione dei pensieri disfunzionali alla base del disturbo e messa in discussione di tali interpretazioni mediante specifiche tecniche (es. esperimenti comportamentali, dialogo socratico);
  • apprendimento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia (es. tecnica del respiro lento, rilassamento muscolare isometrico e progressivo, ecc.);
  • esposizione graduale ai pensieri ed agli stimoli temuti ed evitati, mediante il ricorso a specifiche tecniche (es. esposizione immaginativa, enterocettiva ed in vivo);
  • in fase di conclusione del trattamento, interventi di prevenzione delle ricadute.

IPOCONDRIA

Che cosa è l’Ipocondria e come si manifesta?

L’Ipocondria è un disturbo caratterizzato dall’eccessiva preoccupazione legata alla paura di poter contrarre una malattia o alla convinzione di soffrire di una grave malattia, basata sull’interpretazione erronea di segni e sintomi fisici, nonostante un’obiettiva valutazione medica non identifichi motivazioni sufficienti che giustifichino tali timori o convinzioni.

In genere le rassicurazioni mediche hanno l’effetto immediato di ridurre il disagio e le preoccupazioni, ma solo in modo transitorio e per poche ore o giorni.

Ai fini di una corretta diagnosi di Ipocondria, è ovviamente opportuno aver effettuato una valutazione medica completa che deve aver escluso qualunque condizione medica generale che possa spiegare le preoccupazioni che la persona lamenta.

I sintomi principali dell’Ipocondria, secondo la nuova edizione del Manuale Diagnostico e Statistico (DSM 5, 2013), possono essere riassunti nei seguenti punti:

  • Eccessiva paura di contrarre o convinzione di avere una grave malattia;
  • In genere i sintomi fisici lamentati non sono presenti o, se presenti, sono di lieve entità e non giustificano l’eccessiva preoccupazione; se effettivamente è presente il rischio di sviluppare una malattia, la preoccupazione risulta comunque chiaramente eccessiva o sproporzionata;
  • È presente un elevato livello di ansia riguardante la salute e una tendenza ad allarmarsi facilmente per il proprio stato di salute;
  • La persona mette in atto comportamenti eccessivi riguardanti la salute (per esempio, attua ripetuti controlli sul proprio corpo cercando segni di malattia, ecc.) oppure presenta comportamenti di evitamento che risultano disadattivi per la vita della persona (per esempio, evitare gli appuntamenti dal medico, ecc.);
  • Per definire tale condizione come Ipocondria è necessario che la preoccupazione per la malattia sia presente da almeno 6 mesi (nell’arco di questo periodo però è possibile che la persona cambi la specifica patologia temuta).

Secondo diversi studi scientifici si rileva che, in genere,  il disturbo inizia a manifestarsi in conseguenza a un evento critico che riguarda il tema della salute  (morte di un parente, esposizione a informazioni relative a patologie mediche, insorgenza di sintomi somatici non previsti, rilevazione di segni prima ignorati, ecc.) in cui la persona ha sperimentato paura, iniziando a sviluppare pensieri o convinzioni erronei relativi al tema del benessere.

Per esempio, la perdita di un proprio caro a causa di un tumore può sensibilizzare il soggetto a sviluppare pensieri e convinzioni catastrofiche sulla salute; in genere, una volta attivati tali pensieri e preoccupazioni, la persona tenderà a interpretare male segni fisici prima ignorati, ritenendoli indici di gravi patologie fisiche. Inoltre, è molto frequente che la persona presenti pensieri sotto forma di vivide immagini negative di parti del corpo o di organi che non funzionano o che funzionano in modo inadeguato.

Per esempio, alcune persone immaginano il cuore scoppia, i polmoni che non si riempiono completamente d’aria, il cancro che distruggerà il loro corpo, ecc.

Nel momento in cui la persona sviluppa una paura o una convinzione rispetto a una specifica malattia o a varie, tenderà a concentrare e dirigere la sua attenzione verso diversi  aspetti del corpo che vengono considerati come indicatori o sintomi della grave malattia.

Per esempio, alcune persone prestano maggiore attenzione ai processi fisici endogeni (del tutto fisiologici) come il ritmo cardiaco, l’attività gastro-intestinale, la deglutizione, la respirazione, ecc.

Altre persone concentrano l’attenzione su aspetti esteriori del corpo come l’asimmetria del corpo stesso, irregolarità e macchie della pelle, ecc. Possono essere presenti anche preoccupazioni relative a caratteristiche delle secrezioni del corpo, come il colore della saliva, delle feci e dell’urina o, ancora, controllare la presenza di sangue in queste ultime.

È frequente che la persona rimugini sulle proprie preoccupazioni; le rimuginazioni sulla salute vengono ritenute dalla persona affetta dal disturbo quasi come una forma di prevenzione alle malattie, in quanto la persona tende a pensare che rimuginare ed essere preoccupati è utile per individuare precocemente i segni di malattia.

Solitamente la persona completamente assalita da tali preoccupazioni manifesta sintomi di ansia e, se intensi, dei veri e propri attacchi di panico; anche i sintomi dell’ansia vengono interpretati erroneamente, per esempio la persona può pensare che la tachicardia tipica dell’ansia sia il sintomo di un imminente infarto o, ancora, può immaginare il cuore che si deteriori.

Tipicamente avviene che la persona che prova ansia, dovuta alle preoccupazioni e convinzioni, tenderà poi a mettere in atto specifici comportamenti finalizzati a ridurla.

Alcuni di questi consistono, per esempio, in ripetuti controlli del corpo come la palpazione dell’addome, l’autoesame per verificare la presenza di sangue nel retto o per individuare la presenza di noduli al seno, ecc.

Le continue palpazioni solitamente provocano irritazione dei tessuti e traumatismi, a loro volta interpretati come un’ulteriore conferma della presenza della malattia.

Altre persone, per evitare di preoccuparsi eccessivamente, mettono in atto dei comportamenti di evitamento, per esempio, evitare gli sforzi fisici, situazioni in cui si parla di temi di salute, o guardare programmi televisivi relativi a malattie.

Un altro comportamento tipico che la persona sviluppa è il cosiddetto comportamento protettivo, che la persona ritiene utili al fine di prevenire il rischio di malattie future; per esempio, una persona preoccupata per il proprio sistema cardiovascolare assume un’aspirina al giorno o vitamine in assenza di specifiche indicazioni mediche o, ancora, si prescrive un periodo protratto di riposo.

Ancora un comportamento caratteristico che sviluppa la persona affetta da Ipocondria è la ricerca di rassicurazioni, che può essere agita in diversi modi: chiedendo continuamente informazioni e rassicurazioni dai propri familiari (portando anche le persone vicine a essere esposte ad alti livelli di stress, discussioni, clima di tensione, critiche), ricorrere continuamente a visite mediche, studio di articoli, libri di medicina.

Attualmente, ciò che più spesso accade è che la persona, proprio per verificare se ha o meno una malattia, tende ad utilizzare il canale internet come fonte di informazione, ma questo non sempre rappresenta un modo efficace di informarsi, in quanto il rischio di leggere informazioni inesatte o addirittura errate, o di leggerle in maniera non appropriata, è alto e di conseguenza la persona può essere mal informata anche riguardo ai possibili trattamenti scientificamente efficaci.

A proposito di rassicurazioni mediche, è da tenere presente, inoltre, che esistono due tipologie di pazienti ipocondriaci: la persona che richiede frequentemente di essere visitata dai medici per essere rassicurata e quella, invece, che assume un atteggiamento opposto, con condotte di evitamento rispetto alle varie forme di assistenza mediche (essere a contatto con medici, visite mediche).

Spesso succede che la persona che arriva a richiedere numerose visite mediche, alla lunga non viene presa molto sul serio e questo genera nella persona l’idea di essere trascurata e di correre maggiormente il rischio di un mancato riconoscimento della malattia temuta.

Trattamento dell’Ipocondria

Secondo le attuali linee guida, il trattamento dell’ipocondria implica l’intervento psicoterapico e, se necessario, anche quello farmacologico. Solitamente l’intervento farmacologico è a base di antidepressivi e/o ansiolitici, finalizzato a calmare l’ansia.

Per quanto riguarda le varie forme di psicoterapia, diversi studi indicano come trattamento di prima scelta la psicoterapia cognitivo-comportamentale. Anche gli interventi psicoeducativi risultano efficaci.

Trattamento cognitivo-comportamentale

Il trattamento cognitivo-comportamentale si focalizza principalmente sull’individuazione e interruzione dei circoliviziosi tipici dell’ipocondria.

La persona, infatti, per gestire l’ansia mette in atto una serie di comportamenti (protettivi, di evitamento) che diventano dei fattori di mantenimento del disturbo stesso; per esempio i controlli che la persona attua sul corpo mantengono l’attenzione sul tema delle malattie, vengono interpretati come segni di gravi malattie, il fatto di controllarsi continuamente genera irritazioni cutanee che, a loro volta,  diventeranno ulteriori segni che vengono letti come conferma della presenza di una malattia grave.

Il trattamento consiste di vari livelli di intervento: nelle prime fasi del trattamento è previsto un intervento psicoeducativo che spieghi alla persona il disturbo; interventi mirati ad offrire una spiegazione alternativa e piùoggettiva del problema, introduzione del modello cognitivo del disturbo, con l’obiettivo di  iniziare a considerare anche altre ipotesi prima di quella catastrofica (di avere una malattia).

Vengono utilizzate diverse tecniche per mettere in discussione le convinzioni del paziente, attraverso verifiche dirette delle credenze ed esperimenti comportamentali.

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